"Interessante articolo che dimostra una volta di più che i sistemi socialisti dell'est europeo sono stati sconfitti da golpe interni studiati e programmati a tavolino dagli imperialisti Usa e dai loro alleati occidentali per distruggere il tessuto produttivo di quei paesi e occupare con le proprie aziende quelle comunque efficienti aziende statali socialiste e invadere di prodotti di consumo occidentali i mercati dell'est europeo. Non ci sono stati presunti movimenti sociali o politici di liberazione, ma veri e propri putch, il tutto con una informazione serva dei poteri forti occidentali che hanno raccontato un mucchio di falsità per convincere l'opinione pubblica mondiale del presunto fallimento del sistema socialista vigente in quei paesi.
CircoloCulturale Proletario di Genova”
ESCLUSIVA AGI
Peter Brandt: "Il crollo del Muro non doveva portare alla fine dell'Urss"
Intervista allo storico tedesco, figlio del cancelliere dell'Ostpolitik, Willy Brandt, e grande indagatore delle relazioni tra Occidente e Russia
22 dicembre 2021
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JÖRG CARSTENSEN / DPA / DPA PICTURE-ALLIANCE - Peter Brandt
AGI - "Il crollo del Muro di Berlino non avrebbe dovuto portare alla fine dell'Urss". A trent'anni precisi da quel 25 dicembre in cui la bandiera sovietica fu ammainata dal Cremlino (Mikhail Gorbaciov si era dimesso mezz'ora prima), lo storico tedesco Peter Brandt - figlio del cancelliere dell'Ostpolitik, Willy Brandt e grande indagatore delle relazioni tra Occidente e Russia - in quest'intervista esclusiva all'AGI dà una lettura controcorrente dei rivolgimenti che portarono al collasso del gigante sovietico.
Professor Brandt, sono passati
trent'anni: il muro di Berlino era già caduto, eppure fino a poco tempo prima
la fine dell'Urss sembrava qualcosa di impensabile. Visto dall'oggi, come è
stato possibile?
"La dissoluzione dell'Unione Sovietica fu l'ultimo atto drammatico della
dissoluzione del socialismo reale in Europa. Questo sistema aveva dimostrato un
certo successo nell'industrializzazione, ma che era risultato fallimentare in
quanto al passaggio dalla crescita estensiva a quella intensiva. Motivo per cui
il divario negli standard di vita nel corso dei decenni divenne sempre più
grande, e la mancanza delle libertà individuali e collettive veniva percepita
con forza maggiore, vieppiù alla luce della distensione degli anni sessanta e
delle promesse legate all'Accordo di Helsinki del 1975"
La via delle riforme non
sarebbe bastata?
"Tanto per cominciare, negli anni ottanta era cresciuta la dipendenza
economica di diversi Paesi dell'Est nei confronti dell'Occidente, mentre l'Urss
rimaneva impigliata nell'insostenibile guerra in Afghanistan e non poteva
tenere il passo con gli Usa nella corsa agli armamenti. Insomma, il sistema si
sarebbe potuto tenere in piedi con un'oppressione ancora più dura solo forse
per uno o due decenni. E alla fine la vera e propria dissoluzione fu il
risultato del fallimento delle riforme gorbacioviane e del tentato golpe
diretto proprio contro di esse. Un percorso favorito dalle rivalità interne
alla leadership sovietica e tra alcune repubbliche, a cominciare dalla stessa
Russia".
Eppure la perestrojka e la
glasnost avevano portato con sè tante speranze e attese, dopo la fine della
guerra fredda...
"Gorbaciov aveva capito quali fossero i fondamenti della crisi di sistema,
ma non aveva una bussola chiara. E probabilmente era comunque troppo tardi: era
rimasta inascoltata la grande chance di rispondere con delle riforme di fondo
alla 'perestrojka del 1968', ovvero del socialismo cecoslovacco 'dal volto
umano'".
Fu una figura tragica
Gorbaciov?
"Senza dubbio: perchè alla fine non si sono potuti realizzare nè un
socialismo rinnovato, nè un superamento dei conflitti tra le grandi potenze, nè
la casa comune Europa. Per di più, Gorbaciov oggi viene ancora visto come il
distruttore dell'impero. I suoi tentativi di cambiare le cose - tentativi che
certamente hanno avuto anche dei risultati - hanno fatto emergere ancora più
chiaramente le mancanze del vecchio sistema. Come suo merito storico, invece,
rimarrà il fatto che il disfacimento del vecchio ordine sia avvenuto senza un
bagno di sangue".
Il 9 novembre 1989 era caduto
il Muro di Berlino. In che senso contribuì alla fine dell'Unione sovietica?
"Ci si ricorda sempre la frase che Gorbaciov aveva pronunciato solo poche
settimane prima davanti ai vertici della Ddr: "Chi arriva in ritardo sarà
punito dalla vita". "Fondamentalmente la caduta del Muro ha
contribuito in modo massiccio al crollo della Ddr e del Patto di Varsavia. Ma
non si deve dimenticare che sin dall'agosto 1989 alla guida della Polonia c'era
già un presidente non comunista e che anche in Ungheria erano state poste le
basi di un sistema multipartitico. Gorbaciov aveva anche abolito la dottrina
della sovranità limitata dei Paesi del blocco orientale. Lo ripeto: il crollo
del Muro non avrebbe dovuto portare alla dissoluzione dell'Unione
sovietica".
A 30 anni di distanza, le
relazioni tra l'Occidente e la Russia sono ancora molto complicate. Cosa
abbiamo sbagliato?
"L'Occidente, ossia gli Stati Uniti, non ha perseguito coerentemente la
strada del superamento delle strutture del blocco attraverso un sostanziale
disarmo e la creazione di un sistema di sicurezza paneuropeo, come indicato
nella Carta di Parigi del novembre 1990, ed invece ha dato priorità al
rafforzamento della Nato. Il desiderio dei Paesi dell'Europa centro-orientale e
sud-orientale di unirsi è comprensibile a causa delle loro esperienze storiche,
ma l'allargamento a est sarebbe altamente problematico per qualsiasi governo
russo concepibile".
Cosa ne dice della crisi
ucraina, che sembra aver risvegliato antichi spettri?
"Certo la Russia non facilita il compito a coloro che nell'Occidente si
impegnano per la distensione, anche se le sue azioni ai confini occidentali
sono comprensibili: il tintinnar di sciabole non rappresenta la preparazione di
un grande attacco (spero di non sbagliarmi), ma è un modo per far pressione
affinchè la Nato rinunci ad ammettere l'Ucraina. Naturalmente, questo potrebbe
non accadere nel modo in cui lo immagina Mosca. In generale, la de-escalation è
necessaria da parte di tutt'e due le parti in conflitto. In più va detto che
nel suo complesso la crisi ucraina non è unilateralmente causata da azioni
russe o filorusse, ma piuttosto da una divisione culturale e socio-politica
interna ucraina, nonchè da un meccanismo di escalation reciproca in parte
determinato da percezioni errate di ciascuna parte".
Anche i rapporti tra la
Germania e la Russia sono molto tesi: prima gli attacchi hacker al Bundestag,
poi l'omicidio del Tiergarten che sarebbe stato orchestrato dai servizi russi,
ma anche il braccio di ferro intorno ad Aleksey Navalny. Tuttavia il nuovo
cancelliere Olaf Scholz insiste sulla necessità di mantenere aperto il dialogo.
Lei come la vede?
"Supponiamo che il delitto del Kleiner Tiergarten sia stato, come stabilito
da un tribunale, un omicidio su commissione statale: ma anche gli Usa uccidono
con i droni migliaia di presunti terroristi oltre che un notevole numero di
civili. L'una e l'altra cosa sono atti spregevoli, e naturalmente lo Stato
tedesco deve difendersi dal diventare il luogo in cui vengono realizzati tali
azioni".
"Ma in generale consiglierei di separare il livello dei rapporti tra due Stati mossi da interessi, preferibilmente improntati alla cooperazione (di cui abbiamo bisogno anche per affrontare crisi dell'umanità come quella climatica) e il livello della discussione pubblica completamente libera, compreso il sostegno simbolico e diretto a movimenti di emancipazione attraverso organizzazioni di solidarietà, associazioni e partiti. Un sostegno, aggiungo, che secondo me non dovrebbe concentrarsi solo sui Paesi dell'est europeo e della Cina".